L’impatto social dello sport, e in particolare del calcio, sarà uno degli argomenti centrali della prossima edizione del Social Football Summit 2021.

Per l’edizione di novembre infatti, sarà dedicata una Impact Room gestita insieme a Italiacamp, un’organizzazione che sviluppa processi di innovazione sociale ad impatto positivo per il Paese, creando connessioni tra istituzioni, aziende, associazioni e università.

Per iniziare ad addentrarci nell’argomento abbiamo fatto una chiacchierata con l’ad di Italicamp Fabrizio Sammarco.
foto con Fabrizio Sammarco italiacamp

Rompiamo subito il ghiaccio. Raccontaci del tuo percorso professionale e formativo, dagli albori fino a ruolo di fondatore di Italiacamp.

“L’avventura di Italiacamp parte sotto mentite spoglie. Nasce con l’idea di lanciare una provocazione al Paese, con il gruppo di amici che aveva già animato l’esperienza di successo di un giornale universitario, realizzando la prima non-conferenza in Italia: un barcamp, detta anche un-conference. La negazione di una classica conferenza, perché non importa chi tu sia ma il valore rappresentato dalla tua idea. Chi prendere la parola non lo fa perchè ministro, professore o amministratore delegato ma perché portatore di una buona idea. 5 minuti di tempo per esporre il tuo progetto. Al primo barcamp organizzato in Luiss, il 29 novembre 2009, partecipano più di 1.000 persone “portatori” di idee. Da quel giorno Italiacamp passa a essere, da una goliardia al nostro post lavoro, secondo lavoro, primo lavoro, lambendo i tratti di una “strana” missione di vita”.

Spesso ostentiamo il valore dello sport come trampolino verso una società migliore. In effetti, una persone che pratica sport e che vive in un contesto che glielo permette a livello infrastrutturale e della proposta sportiva, è una persona che vive meglio. Ma andando in profondità, quali sono i reali benefici che lo sport può apportare alla società? Mi riferisco a entrambe le dimensioni che può assumere lo sport, ovvero quella professionistica e quella dilettantistica.

“Lo sport ha un valore innegabile per la società e questo vale sia per il professionismo che per il dilettantismo. Le società sportive infatti rispondono, in modi diversi, ai bisogni dei loro territori e delle loro comunità. Sicuramente, le società più importanti portano un valore economico, ma soprattutto per quanto riguarda squadre e polisportive più piccole, un grande valore sociale: penso a tutti i giovani che vivono in contesti difficili e che grazie allo sport riescono a trovare forme aggregative più sane e più sicure di quelle che troverebbero in strada. Oppure all’impatto positivo che molte importanti società hanno nella formazione scolastica dei loro tesserati che nonostante la prospettiva di una carriera sportiva, riescono comunque a portare avanti un percorso di studi che li tutela nel futuro. Potremmo anche parlare di empowerment per le donne e dell’importanza che ha avuto – ad esempio – la grande copertura mediatica del mondiale di calcio femminile, con ripercussioni positive sia in termini sportivi che legati alla narrazione della donna nello sport e nella società. Negli ultimi anni, dai grandi e ricchi club del calcio, fino alle piccole società dilettantistiche, tutti si stanno rendendo davvero conto del grande ruolo dello sport anche fuori dai campi”.

Il Covid è stato un acceleratore di alcuni trend tecnologici ma anche di alcune fratture sociali, tra cui quella generazionale e quella lavorativa. Come può lo sport generare un certo tipo di impatto positivo per acuire queste fratture?

“Lo sport porta naturalmente con sé la parola “aggregazione”: grazie allo sport si creano vere e proprie comunità attraverso i legami tra compagni di squadra, con gli allenatori e con tutto l’ecosistema che ruota intorno alla prestazione sportiva. Per questo credo sia uno degli elementi riparatori delle fratture che il Covid ha reso più profonde: ripartire anche dallo sport per eliminare le distanze sociali ed economiche che si sono create tra uomini e donne, tra Baby Boomer e Generazione Z, tra centri e periferie”.

Credi anche tu che l’anno di stop dello sport dilettantistico avrà ricadute negative sulla voglia della generazione Z e quelle che verranno dopo di intraprendere l’attività sportiva?

“Lo stop dello sport dilettantistico è stato problema per tutti i ragazzi e le ragazze che si stavano avvicinando – o si erano da poco avvicinati – a una disciplina sportiva. A causa delle ricadute economiche della pandemia sia sulle società che sulle famiglie, la Generazione Z potrebbe avere, rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta, meno opportunità di praticare uno sport; ma non dimentichiamoci neppure che i giovani vengono da un durissimo lockdown e dopo mesi chiusi in cameretta credo che la voglia di correre, saltare, nuotare e stare all’aria aperta, di stare insieme sia fortissima e davanti a un bisogno così grande, sono sicuro che la società riuscirà a dare a ragazzi e ragazze le giuste risposte”.

Qual è la visione futura di Italiacamp? Considerando appunto la pandemia ancora in atto, quali sono i settori di intervento che richiedono più urgenza e l’attenzione di chi fa il vostro lavoro e delle istituzioni che collaborano con voi?

“Come Italiacamp nel febbraio 2020, in un evento all’aeroporto di Fiumicino in cui si iniziavano a vedere le prime persone con le mascherine, abbiamo lanciato gli Italia TEAM, un modello di partnership a impatto sociale positivo aperto all’adesione di quei soggetti (aziende, associazioni, istituzioni, cittadini) che desiderano mettere in gioco competenze e risorse su progetti qualificati e di valore per la società. Gli Italia TEAM sono nati così per rispondere, attraverso progetti concreti, a sfide che oggi sono più attuali che mai proprio perché, come dicevamo prima, la pandemia ha accelerato molte fratture nella società. Le sfide che abbiamo identificato e a cui abbiamo iniziato a rispondere sono: l’alfabetizzazione digitale, la formazione ai mestieri del futuro basati sui nuovi linguaggi tecnologici, l’economia carceraria, gli investimenti nelle emergenti economie civiche che generano impatto sociale, il Mezzogiorno, da cui ancora oggi fuggono molti giovani e per finire quello che abbiamo chiamato Umanesimo per il III millennio, la necessità di una proposta culturale ed educativa che possa rispondere ai crescenti bisogni di comprensione del cambiamento. Quello che cercheremo di fare continuerà a essere l’anticipare la comprensione dei bisogni emergenti della società e cercare di trovare soluzione concrete attraverso le nostre proposte progettuali”.

Grazie per la chiacchierata Fabrizio, ci vediamo a novembre per il Social Football Summit.