La salute dell'atleta come priorità assoluta di tutela del lavoro, la necessità di rendere sostenibili calendari di gioco sempre più fitti e la straordinaria capacità del calcio di farsi strumento di diplomazia e cooperazione internazionale. Alla vigilia di SFS 26, Fabio G. Poli, Direttore Organizzativo dell'AIC (Associazione Italiana Calciatori (AIC) ), traccia una mappa dettagliata delle sfide presenti e future del professionismo sportivo. Attraverso i due panel che la vedranno protagonista all'Allianz Stadium — dedicati rispettivamente al confronto strutturale con l'INAIL sui rischi professionali e al ruolo delle grandi fondazioni nelle missioni sociali nei Paesi in via di sviluppo — l'AIC ribadisce l'importanza di una trasformazione culturale profonda.

Una visione che unisce la protezione del corpo del calciatore durante e oltre la carriera agonistica a un impegno etico ed educativo capace di abbattere le barriere sociali e contrastare i fenomeni di sfruttamento giovanile, riaffermando il valore primario dello sport come diritto, lavoro e leva di crescita umana.

Spesso l'opinione pubblica fatica ad associare la figura del calciatore professionista alle dinamiche della sicurezza sul lavoro in senso tradizionale. Dal punto di vista dell'Associazione Italiana Calciatori, qual è il passo culturale più urgente da compiere per far comprendere che la salute, la prevenzione e la gestione degli infortuni nel calcio sono a tutti gli effetti temi di tutela del lavoro?

"Il calciatore e la calciatrice professionisti sono lavoratori dipendenti, secondo il nostro ordinamento, al pari di altre figure di lavoratori “tradizionali”. Occorre pensare a ragazzi e ragazze che svolgono una carriera di venti e più anni dedicati all’utilizzo costante e usurante del proprio corpo come strumento di lavoro. Portando costantemente vicino alla soglia del limite lo sforzo fisico e mentale. Da molti anni AIC ha posto il tema della tutela della salute dell’atleta al centro del proprio impegno. Durante la carriera ma anche oltre il termine della carriera agonistica".

Nel panel “Salute del lavoratore sportivo” a SFS 26 vi confrontate direttamente con i vertici dell'INAIL per analizzare la prevenzione e le coperture assicurative nel settore. Quali sono oggi i punti di forza del sistema di tutela del lavoro sportivo e in che modo il dialogo tra AIC e INAIL può portare a un riconoscimento sempre più puntuale delle specifiche patologie e dei rischi professionali legati all'attività di alto livello?

"AIC ed INAIL hanno avviato un percorso di collaborazione che ha come obiettivo la tutela del lavoratore sportivo ma anche e soprattutto la prevenzione sui luoghi di lavoro e nei comportamenti collegati. Lo sport, il calcio professionistico e agonistico di vertice in particolare, è un ambiente lavorativo a tutti gli effetti. Per questo, INAIL e AIC hanno siglato un protocollo d’intesa per la promozione e la conoscenza delle tutele assicurative obbligatorie.

Da questo protocollo nasce l’indagine sulle malattie professionali che INAIL e AIC condurranno su un gruppo di calciatori e calciatrici ed ex. L’obiettivo è comprendere quali effetti abbia sulla salute del lavoratore lo svolgimento prolungato dell’attività agonistica dell’atleta".

Negli ultimi anni i ritmi di gioco e il numero di partite ufficiali sono aumentati notevolmente, imponendo sollecitazioni fisiche e psicologiche senza precedenti. In che misura questa evoluzione delle competizioni sta incidendo sulla frequenza degli infortuni e quali strumenti di monitoraggio o tutele contrattuali sta promuovendo l'AIC per preservare la sostenibilità della prestazione agonistica?

"Gli ultimi decenni hanno cambiato il calcio di vertice a livello globale, portando a compimento la trasformazione da sport a spettacolo-sportivo. Un processo fortemente accelerato dai nuovi modelli di fruizione dei contenuti da parte degli utenti e da una crescente offerta di alternative. Sportive e mediatiche. Per mantenere o accrescere la propria quota di “mercato dell’interesse” [e del business], il calcio ha dovuto adattare la sua offerta alla domanda ed alle regole del mercato. L’incremento delle partite. Calendari sempre più fitti e con orari sempre meno regolari. Nuove competizioni. Trasferte ben più lunghe. Tutto questo sia a livello di club che di Nazionali.

Il risultato è un numero di partite cresciuto ad un ritmo decisamente oltre la soglia di rischio per il fisico dell’atleta. Non è solo una questione di minuti giocati ma di trasferte, viaggi, gestione dello stress… un insieme di fattori di rischio che, oltre la soglia di tolleranza, portano l’atleta verso l’infortunio, che provoca  a cascata un danno al club, in termini sportivi ed economici. Tutto questo genera un danno allo spettacolo, in generale e, più concretamente, a tifosi e appassionati.

AIC ha avviato una campagna di sensibilizzazione sul tema della salute del calciatore e sulla soglia della “sostenibilità” per gli impegni sportivi di un atleta. Le dinamiche dello spettacolo e del business generato rappresentano un elemento rilevante per tutti gli attori del sistema. Occorre tuttavia partire dalla tutela del protagonista in campo per tutelare lo spettacolo ed i consumatori del prodotto-calcio".

Le conseguenze di una carriera ad altissima intensità fisica non si esauriscono con il ritiro dal calcio giocato, ponendo sfide importanti sul piano della salute a lungo termine e del reinserimento professionale. Quali iniziative e modelli di supporto sta sviluppando l'AIC per accompagnare i calciatori nel transito verso una seconda vita lavorativa, trasformando la prevenzione in una reale sostenibilità della carriera globale dell'atleta?

“Pensare al futuro” è la chiave della corretta filosofia di approccio a qualsiasi carriera professionale. Specie quella dell’atleta che termina molto prima delle carriere professionali “tradizionali”. Ad un atleta viene richiesto di pensare alla “seconda carriera”, quel periodo lavorativo che va dal ritiro dall’attività agonistica all’eventuale pensionamento. L’attuale sistema di business impone alla stragrande maggioranza degli atleti di trovare una occupazione nel dopo carriera.

L’Associazione si occupa da anni del tema della “dual career” con molte iniziative formative finalizzate a favorire la riqualificazione e il reinserimento degli atleti e delle atlete nel mondo del lavoro, a fine carriera. Insieme al processo culturale di consapevolezza e tutele per il lavoratore, l’impegno per la formazione e reinserimento professionale dei calciatori costituisce la forma di “prevenzione attiva” più efficace, su cui AIC è divenuta punto di riferimento del nostro sistema".

Nel secondo panel, “Quando il calcio costruisce ponti”, vi confrontate sul ruolo del calcio come strumento di dialogo, integrazione e cooperazione tra culture e comunità differenti. Dal vostro punto di vista all'interno dell'AIC, qual è la reale forza del calcio nel superare le barriere geografiche e sociali dove la diplomazia tradizionale fatica ad arrivare?

"Il calcio è davvero una lingua internazionale. Un linguaggio che non ha bisogno di essere insegnato, programmato e mediato. Basta davvero consegnare un pallone ad un gruppo di bambini e aspettare che interagiscano tra loro.

Parliamo di bambini e bambine e di calcio giovanile. I modelli culturali e sociali, oggi, fanno si che il calcio giovanile rappresenti una pratica sportiva molto differenziata in base all’area geografica in cui viene praticato. Nei Paesi europei, in particolare, le condizioni socio-economiche hanno reso il calcio un’attività da inserire nelle fitte agende dei bambini e delle loro famiglie. Nulla di meno spontaneo. Coordinato da un adulto. Dentro uno spazio recintato. Circoscritto dagli altri impegni. Nei Paesi in via di sviluppo, di contro, il calcio giovanile si svolge secondo un modello molto simile a quello dell’Italia degli anni ’60: pratica spontanea, destrutturata, negli spazi pubblici e con orari estremamente allungati.

Eppure si tratta della stessa attività. Della stessa “lingua”. Con questa consapevolezza AIC, da più di dieci anni, ha avviato un progetto per il recupero della dimensione del “gioco” del calcio nelle scuole calcio. Un modello sportivo-educativo portato avanti da uno staff di ex-calciatori e calciatrici che hanno trovato una nuova opportunità professionale. Contemporaneamente il Dipartimento Junior AIC sta promuovendo lo stesso modello, adeguato alle situazioni sociali e sportive, in Paesi in via di sviluppo. Siamo stati i primi, grazie al Protocollo d’intesa con il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Italiana, ad utilizzare il calcio come strumento di cooperazione tra i popoli".

Il panel riunisce allo stesso tavolo l'AIC Onlus, l'Area Junior dell'AIC e realtà globali come la Eni Foundation, con la moderazione di Mediaset. In che modo la collaborazione strategica tra il mondo dei calciatori professionisti e le grandi fondazioni internazionali può trasformare la popolarità del calcio in progetti di solidarietà e sviluppo sociale con un impatto concreto sui territori?

"I Paesi in via di sviluppo vedono nel calcio, e nello sport più in generale, una opportunità di lavoro e crescita sociale. Grazie al sostegno di Fondazioni come Eni Foundation ed al Ministero degli Esteri, gli ex-calciatori che compongono lo staff del Dipartimento Junior AIC, sotto la guida di Simone Perrotta, sono stati in Uganda, Giordania, Uganda, Burundi, Costa d’Avorio, Egitto… e tanti altri Paesi. Il focus del progetto è sempre lo stesso: formare i formatori locali.

Ragazzi e ragazze, spesso sottratti a condizioni socio-famigliari difficili, a cui viene consegnato un know-how specifico per promuovere un modello di sport inclusivo e qualificato dal punto di vista tecnico ed educativo. L’obiettivo è quello di favorire la creazione di un modello sportivo organizzato e qualificato a livello locale. Un sistema che permetta ai bambini ed alle bambine di svolgere attività sportiva in loco, avviandoli a stili di vita sani e corretti, ma anche contrastando il pericoloso fenomeno del “football trafficking”, il trasferimento di minori dai Paesi in via di sviluppo verso Paesi a vocazione calcistica per le loro capacità sportive".

Con la presenza del dipartimento Junior dell'AIC, l'attenzione si sposta anche sui giovani e sul valore educativo del gioco. Quali sono le responsabilità etiche e il ruolo che gli atleti di oggi devono assumere nel trasmettere ai ragazzi i valori della cooperazione, del rispetto e dell'inclusione, affinché il calcio rimanga prima di tutto un veicolo di crescita umana e sociale?

"Lo sport è un’esperienza di vita che deve essere finalizzata alla crescita dell’individuo. Il calcio rappresenta un’esperienza di crescita, per tutti i bambini e le bambine che lo praticano. A prescindere dal talento sportivo e dalle possibilità di diventare un campione o una campionessa. Concepire ed insegnare il calcio come un “gioco” non significa negare lo sviluppo del talento. Significa non focalizzarsi solo su quello e non orientare l’intero processo sulla selezione.

Gli ex-calciatori professionisti coinvolti nelle attività del Dipartimento Junior AIC conoscono bene il valore dello sport ma anche le dinamiche di riconoscimento ed educazione del talento. Per questo, le attività svolte dal Dipartimento sono ispirate ad un principio etico, prima ancora che sportivo. L’obiettivo è quello di riavvicinare i bambini, e le loro famiglie, allo sport inteso come momento di socializzazione e crescita dell’individuo. Un processo nel quale siamo impegnati da anni e che può essere realizzato solo attraverso un aggiornamento del modello al momento sociale e culturale del nostro Paese, grazie alla collaborazione con le altre agenzie educative: la famiglia e la scuola".

5 nov 2026