Numeri in Palla, la rubrica di Jacopo Carmassi: il campionato dei ricavi
Numeri e pensieri sui ricavi dei Club di calcio e sulle possibili strategie per ridurre gli squilibri
Oggi vi parlerò di classifica. Non di quella dei punti conquistati sul campo, ma di quella dei ricavi dei Club di calcio. Il concetto del “vincono le squadre più ricche” (o almeno, quelle tra le più ricche) trova numerose conferme nella realtà, sia in Italia che all’estero. Il concetto, speculare, del “perdono le squadre meno ricche”, ha altrettanta validità. Ci sono naturalmente eccezioni, ma i due aspetti – quello della forza economica e dei risultati sportivi – sono generalmente correlati. Difficilmente chi ha risorse elevate retrocede o si posiziona nella parte bassa della classifica, e difficilmente chi ha risorse più limitate vince campionati o raggiunge posizioni nella parte più alta della classifica. Naturalmente non contano solo i ricavi ma anche le eventuali capacità dei proprietari di iniettare capitali e coprire eventuali eccedenze dei costi rispetto ai ricavi, ma il livello dei ricavi crea già di per sé una spaccatura.
Tuttavia, questi concetti non ci dicono tutto, e in particolare non ci dicono di quanto alcune squadre siano più ricche rispetto ad altre. Gli ordini di magnitudine sono però importanti ed è quindi utile vederli, focalizzandoci sulla massima serie e sulla distribuzione dei ricavi a livello domestico (senza considerare la distribuzione tra campionati diversi, che meriterebbe un’analisi aggiuntiva e separata).
La distribuzione dei ricavi è polarizzata, non solo in Italia
In Serie A, per la stagione 2024/2025, i 10 Club con i ricavi più alti avevano complessivamente circa 3,8 volte i ricavi aggregati degli altri 10 Club (i numeri per i Club di Serie A sono basati sui bilanci dei Club e su mie elaborazioni, e i dati sono a giugno 2025; a dicembre 2024 per Monza, Parma e Torino, il cui esercizio ha coinciso con l’anno solare). La media dei ricavi dei primi 10 Club è stata di circa 319 milioni di euro, mentre quella degli altri 10 Club di circa 84 milioni di euro. I primi 5 Club di questa classifica avevano una media di circa 440 milioni di euro di ricavi e, in aggregato, 2,6 volte i ricavi aggregati degli ultimi 10 Club (in base alla classifica dei ricavi), e 7,5 volte i ricavi aggregati degli ultimi 5 Club (e per questo motivo il numero di maglia che vedete oggi è il 7,5 – magari un giorno anche i numeri di maglia potranno avere la virgola!). I due Club con ricavi più elevati avevano insieme un valore superiore ai ricavi aggregati degli 11 Club con i ricavi più bassi. E si potrebbe andare avanti con numerosi altri esempi di questo tipo. Le risorse economiche sono dunque concentrate, e di fatto esistono più campionati all’interno dello stesso campionato, sia nella forza economica che sul campo (e, del resto, le due cose vanno a braccetto).
In altri campionati in Europa ci sono specificità, ma il quadro non è radicalmente diverso. In Francia (in base a mie elaborazioni sui dati per la stagione 2023/2024), i primi 9 dei 18 Club di Ligue 1 per ricavi totali avevano in media circa 288 milioni di euro di ricavi (totale: 2,59 miliardi di euro), circa 3,8 volte i ricavi medi degli altri 9 Club, che avevano una media di circa 76 milioni di euro (totale: 683 milioni di euro). I ricavi aggregati (e medi) dei primi 5 Club erano circa 6,3 volte quelli dei 5 Club con i ricavi più bassi. Una specificità del campionato francese di Ligue 1 è il significativo divario tra il Club con ricavi più elevati, il Paris Saint-Germain, e gli altri: per dare un’idea, nella stagione 2023/2024 i ricavi del PSG erano superiori alla somma dei ricavi degli altri 3 Club con valori maggiori di ricavi in Ligue 1, ed erano anche superiori ai ricavi aggregati di tutti i Club dall’8° al 18° posto (sempre della nostra classifica dei ricavi).
Guardando ai 18 Club della Bundesliga, sempre nella stagione 2023/2024, i primi 9 Club per ricavi avevano in aggregato 3,4 volte i ricavi degli altri 9 Club (media di circa 401 milioni di euro vs circa 118 milioni di euro; fonte: mie elaborazioni su dati DFL). I primi 5 Club avevano in media (e in aggregato) oltre 6 volte i ricavi degli ultimi 5 Club. I primi due Club avevano insieme più ricavi degli 11 Club dall’8° al 18° posto della classifica dei ricavi.
Infine in Premier League, nella stessa stagione, i primi 10 Club per ricavi avevano in aggregato 2,8 volte i ricavi degli altri 10 Club (medie di circa 651 milioni di euro e circa 234 milioni di euro, rispettivamente – dimensioni, come noto, significativamente superiori rispetto agli altri campionati; fonte: mie elaborazioni su dati Deloitte). I primi 5 Club avevano circa 4,3 volte i ricavi aggregati degli ultimi 5 Club, mentre i primi 3 Club avevano in aggregato più ricavi degli ultimi 10 Club nella classifica dei ricavi. In generale, i dati della Premier League mostrano una distribuzione dei ricavi un po’ meno concentrata rispetto agli altri campionati menzionati sopra (anche in virtù dei meccanismi di distribuzione dei diritti media), ma i numeri del divario restano molto significativi.
I numeri ci dicono quindi che i ricavi dei Club sono distribuiti in maniera polarizzata, con differenze tra paesi e con specificità per singoli campionati, ma con un tratto comune: la maggior parte dei ricavi finisce nelle casse dei Club più grandi, e con un margine molto ampio sugli altri Club – non solo sui Club con i ricavi più bassi, ma anche con riferimento a tutti i Club che si trovano nella parte destra della classifica dei ricavi (o addirittura anche ad altri Club nella parte sinistra della classifica).
Quali variabili influenzano la polarizzazione dei ricavi?
La partecipazione alle competizioni europee per Club contribuisce in misura significativa a questo divario. Per i Club della Serie A che hanno partecipato alle coppe europee nella stagione 2024/2025, il contributo della distribuzione di premi UEFA è stato in media del 15% dei ricavi totali, con punte oltre il 20% in un paio di casi (Inter e Atalanta). Se sottraiamo dai ricavi totali i ricavi UEFA, i rapporti di forza non cambiano sostanzialmente ma lo squilibrio si riduce. Ai ricavi relativi alle competizioni UEFA si aggiungono poi anche quelli del mondiale FIFA per Club, per le società che hanno preso parte a questo torneo: se sommiamo queste risorse ai ricavi UEFA, si ottiene un valore di circa il 30% del totale dei ricavi per l’Inter, e di circa il 18% del totale dei ricavi per la Juventus.
Per i Club di Serie A la voce dei diritti media (che include i ricavi UEFA ma è più ampia) è quella più consistente (in aggregato, negli ultimi anni ha rappresentato circa il 40% dei ricavi totali), e mostra una distribuzione analoga a quella dei ricavi totali, dunque con una forte concentrazione, anche se in misura minore. Per esempio, il rapporto per i diritti media aggregati tra i primi 5 e gli ultimi 5 Club per ricavi totali è di 5,8, rispetto a 7,5 quando si considerano tutti i ricavi. Anche quando si confrontano i primi 10 Club con gli altri 10 Club, il rapporto è inferiore, seppur di poco, rispetto ai ricavi totali (3,6 rispetto a 3,8).
Discorso analogo per i proventi legati alla gestione dei calciatori, dove i rapporti sono simili (7,5 per primi 5 e ultimi 5 Club, sia per i ricavi da gestione calciatori che per i ricavi totali) o inferiori (per primi 10 e ultimi 10 Club, 2,4 per i ricavi da gestione calciatori rispetto a 3,8 per i ricavi totali) rispetto ai dati dei ricavi totali.
Le voci che indicano una concentrazione maggiore sono quelle dei ricavi commerciali, da sponsor e da pubblicità, e quelle dei ricavi da gare. Per i Club di Serie A per la stagione 2024/2025, i ricavi aggregati commerciali, da sponsor e da pubblicità per i 10 Club con ricavi totali maggiori sono stati circa 6,5 volte i ricavi aggregati per questa voce per gli altri 10 Club (mentre il rapporto per i ricavi totali è di circa di 3,8). Per i 5 Club con ricavi totali più alti il valore complessivo di questa voce è stato di 11 volte quello dei 5 Club con ricavi più bassi (mentre il rapporto considerando tutti i ricavi è di 7,5). Dunque, questi ricavi, che rappresentano circa il 20% dei ricavi totali, contribuiscono in misura significativa ad allargare i divari: serve mettere insieme i ricavi commerciali, da sponsor e pubblicità di almeno 11 Club con ricavi totali più bassi per raggiungere i livelli per questa voce di ricavo di uno solo dei tre Club con ricavi maggiori.
Anche i ricavi da gare (poco più del 10% del totale dei ricavi) sono relativamente più concentrati rispetto ai ricavi totali. Il rapporto tra i primi 10 e gli ultimi 10 Club per ricavi totali è di circa 6,4, e tra i primi 5 Club e gli ultimi 5 è di circa 11 volte. Serve sommare i ricavi da gare di 11 o 12 Club con i ricavi totali più bassi per raggiungere valori simili a quelli dei tre Club con ricavi da gare maggiori. Naturalmente, stadi più capienti e/o moderni, nonché la partecipazione alle competizioni europee, svolgono un ruolo cruciale nel determinare questo tipo di distribuzione.
Dunque, i diritti TV e i ricavi legati alla partecipazione alle competizioni internazionali per Club sono fattori cruciali ma non gli unici che creano la polarizzazione dei ricavi. In particolare, la forza commerciale e il brand (anche globale) dei Club più grandi sono elementi determinanti, ed anche i ricavi da gare spingono in questa direzione, pur se con valori complessivamente inferiori rispetto a quelli commerciali, da sponsor e pubblicità. Chiaramente, i ricavi commerciali e i ricavi da gare sono sostenuti anche dalle partecipazioni alle competizioni internazionali per Club, e dunque tali competizioni producono benefici economici per le squadre partecipanti non solo attraverso la distribuzione delle risorse legate a questi tornei, ma anche creando effetti virtuosi su altre voci di ricavo.
La distribuzione non omogenea dei ricavi è un problema?
Da un lato, si potrebbe sostenere che questa situazione di squilibrio economico non rappresenti un problema. In fondo i Club più grandi hanno bacini di utenza maggiori, maggiore forza commerciale, migliori piazzamenti in campionato, maggiore e più frequente partecipazione alle coppe europee. E quindi, in base a questo ragionamento, si potrebbe dire che è normale, e anche giusto, che sia così.
Dall’altro lato, tuttavia, questa polarizzazione dei ricavi influenza fortemente la competizione sportiva, e può rischiare anche di rendere un campionato poco avvincente – e questo a sua volta potrebbe creare conseguenze negative per tutti, in termini per esempio di diritti TV.
Tenendo queste diverse prospettive in considerazione, si potrebbe sostenere che la polarizzazione dei ricavi non sia di per sé un problema, a patto che non sia così marcata da compromettere in modo irrimediabile l’equilibrio competitivo. La domanda da porsi è allora quale possa essere un grado accettabile di polarizzazione dei ricavi: i numeri che abbiamo descritto sopra rappresentano un buon bilanciamento delle diverse esigenze? Oppure sarebbe meglio ridurre, almeno parzialmente, i divari?
Alcune possibili strade per ridurre il divario
Qualora si ritenga che il divario sia eccessivo e che debba essere contenuto, quali strategie potrebbero essere intraprese? Sostanzialmente due: una “esterna” una “interna”.
La strategia esterna consiste in una diversa distribuzione dei ricavi, per esempio attraverso meccanismi di solidarietà, oppure attraverso modifiche nella distribuzione dei diritti TV o dei ricavi UEFA per le competizioni per Club.
I meccanismi di solidarietà esistono già, ma la loro magnitudine difficilmente può limare significativamente i divari. Si pensi ai contributi della UEFA per i Club che non partecipano alle competizioni per Club UEFA: parliamo di una cifra un po’ superiore ai 300 milioni di euro, da distribuire ai Club delle numerose federazioni UEFA. Per avere un termine di paragone, questo valore è simile a quello dei ricavi medi dei Club di Serie A nelle prime 10 posizioni nella classifica dei ricavi – ma deve essere distribuito a Club di tutta Europa (la cifra sale oltre i 400 milioni di euro se includiamo anche i Club eliminati nei turni di qualificazione, ma poco cambia, in termini di magnitudine relativa). Certo, se questo valore fosse significativamente aumentato potrebbe contribuire a ridurre il divario. Ma probabilmente servirebbero aumenti così cospicui da non essere realistici.
Una revisione della metodologia per la distribuzione dei ricavi UEFA ai Club che partecipano alle coppe europee potrebbe essere un’altra opzione: tuttavia, modifiche radicali dei criteri di allocazione sono difficili e comunque andrebbero a modificare i rapporti di forza solo tra i Club che partecipano a queste competizioni, che sono generalmente quelli nella fascia alta o altissima della classifica dei ricavi nei campionati nazionali. Peraltro, la distribuzione di ricavi UEFA a Club che partecipano a campionati domestici “meno ricchi” può produrre un effetto distorsivo molto forte su quei tornei nazionali, potenzialmente alterando per anni l’equilibrio competitivo in quei campionati domestici. Una redistribuzione dei ricavi UEFA verso questi Club, che in valore assoluto ricevono risorse UEFA inferiori rispetto a quelle dei Club più grandi nelle competizioni UEFA, potrebbe dunque produrre effetti collaterali indesiderati, in aggiunta agli effetti di questo tipo che già si verificano (la Union of European Clubs ha elaborato una proposta per cercare di mitigare questo problema).
Dunque, anche una modifica radicale (comunque estremamente difficile) dei criteri per la distribuzione dei ricavi UEFA non risolverebbe tutti i problemi e potrebbe anzi crearne (o aggravarne) altri. Questo non significa che non sia utile apportare dei cambiamenti, magari anche significativi, come richiesto anche recentemente da European Leagues (l’associazione delle leghe nazionali in Europa), ma che tali eventuali modifiche richiedono valutazioni particolarmente complesse, e che in ogni caso difficilmente potrebbero, da sole, contenere significativamente la polarizzazione dei ricavi.
La distribuzione dei diritti TV domestici è un tema delicato e sensibile, proprio per il grande peso che questi ricavi svolgono nel conto economico dei Club. La metodologia per questa distribuzione è tipicamente basata su diversi criteri, con una quota del 50% in parti uguali e il restante 50% allocato in base ad una serie di parametri che tengono conto dei risultati sportivi ma anche di altri fattori come la storia e il bacino di utenza dei Club. Anche se modifiche al margine potrebbero essere valutate e magari anche implementate, non è realistico ipotizzare stravolgimenti che possano ridurre significativamente la polarizzazione dei ricavi – e non si stratta di una valutazione di merito, ma di una considerazione pragmatica: è verosimile che sia adottata una riforma che sposti volumi significativi di diritti media dai Club più grandi ai Club più piccoli?
In definitiva, la strategia esterna non è probabilmente così facile da seguire, e difficilmente uno o più meccanismi redistributivi potrebbero colmare divari economici così grandi. Certo, una combinazione di modifiche su vari fronti potrebbe, cumulativamente, avere un impatto non marginale – ma si tratta di una strada ardua e con effetti che dipenderebbero ovviamente dai dettagli delle modifiche apportate e dalle loro interazioni.
Resta a disposizione la strategia “interna”, che consiste in un significativo aumento del volume di ricavi dei Club più piccoli attraverso leve aziendali: i ricavi commerciali, il marketing, le infrastrutture, il calciomercato. Se i ricavi commerciali e il marketing probabilmente incontrano dei limiti, per esempio in termini di bacini di utenza, che rendono difficile affidare solo a queste voci il compito di mitigare la polarizzazione, le infrastrutture possono invece giocare un ruolo più sostanziale e decisivo. Non soltanto perché stadi moderni e funzionali possono fare da volano a diverse voci di ricavo (come ricavi da gare, commerciali, sponsor, etc.), ma anche perché i centri sportivi possono offrire il migliore strumento per rafforzare in modo sistematico e duraturo la propria competitività sportiva ed economica. Avere basi solide e strutturate per la formazione dei calciatori (che deve essere naturalmente ben remunerata) è la ricetta per poter attingere nel tempo a talenti che potranno regalare soddisfazioni sul campo, ma anche per formare calciatori che in futuro possano consentire al Club di espandere i propri ricavi in misura significativa grazie ai trasferimenti.
Il migliore dei mondi possibili (?)
Si potrebbe obiettare che la strategia interna non è sufficiente, che richiede tempo, che non offre certezze. E che sarebbe meglio attuare una strategia esterna che dia risultati in tempi brevi. Tuttavia, bisogna essere pragmatici: difficilmente la polarizzazione dei ricavi attuale sarà modificata con scelte di massiccia redistribuzione di risorse. Non è realistico, a mio avviso. Questo non significa che riforme e interventi migliorativi su questo fronte non siano desiderabili o anche necessari, ma che, anche se fossero implementati, da soli non basterebbero. E in ogni caso, servono riforme che possano avere un consenso ampio, mettendo d’accordo tutti i Club, grandi, medi e piccoli.
E allora, forse, il migliore dei mondi possibili è quello in cui, accanto a interventi realistici e realizzabili sulla strategia esterna, ci sia un forte e sistematico impegno dei Club e del sistema calcio sulla strategia interna, a partire dagli investimenti in infrastrutture e nella formazione di calciatori e calciatrici.
Il convitato di pietra
Naturalmente, non vi sarà sfuggito che questa puntata di Numeri in Palla si è concentrata, volutamente, solo sui ricavi, senza parlare del convitato di pietra: i costi.
Una discussione completa richiede naturalmente un’analisi approfondita anche dei costi, che sono la principale causa dei problemi di (in)sostenibilità economico-finanziaria del calcio ed un fattore (se non il fattore) determinante per l’equilibrio competitivo sul campo. Di questo ci occuperemo in una futura puntata di Numeri in Palla.
Jacopo Carmassi – Numeri in Palla – Rubrica Social Football Summit, 23 febbraio 2026 – Tutti i numeri della Rubrica Numeri in Palla sono disponibili a questo link
Jacopo Carmassi è Principal Economist presso la Banca Centrale Europea ed esperto di tematiche economico-finanziarie del mondo del calcio. Tutte le opinioni espresse su SFS (Social Football Summit) sono esclusivamente personali e non impegnano in alcun modo la Banca Centrale Europea né altri enti ai quali l’autore è affiliato.
