C’è una domanda che si sente sempre più spesso nelle stanze dei dirigenti sportivi: come si misura la sostenibilità di un club di calcio? La risposta non è semplice, ma esiste. E i club che l’hanno trovata per primi stanno già raccogliendo i risultati.
Misurare l’impatto ESG non significa compilare un questionario una volta l’anno. Significa costruire un sistema di raccolta dati che funziona in modo continuativo, che copre aree molto diverse tra loro e che produce numeri confrontabili nel tempo. È un lavoro strutturato, che richiede metodo. Ma prima di parlare di strumenti, vale la pena capire cosa si misura davvero, e perché farlo bene fa la differenza tra una comunicazione credibile e una che non convince nessuno.
Governance: la base da cui tutto parte
La governance è spesso l’area meno visibile, ma è quella che determina la credibilità di tutto il resto. Un club con una governance solida ha processi decisionali trasparenti, un consiglio di amministrazione con competenze diversificate, meccanismi di controllo interno funzionanti e una rendicontazione chiara verso tutti gli stakeholder.
Misurare la governance significa documentare questi elementi in modo verificabile. Quante donne siedono nel consiglio di amministrazione? Esiste un codice etico formale e aggiornato? Come vengono gestiti i conflitti di interesse? Ci sono procedure chiare per la gestione dei rischi? Esistono canali di segnalazione interni per i dipendenti? Sono domande concrete, con risposte concrete, che i fondi di investimento e le banche utilizzano già nei loro modelli di valutazione.
La governance è anche l’area in cui i club tendono a essere meno preparati, non perché manchino le buone pratiche, ma perché manca spesso la documentazione. Un club può avere un consiglio di amministrazione eccellente e processi decisionali solidi, ma se nessuno lo ha mai formalizzato e reso verificabile, per un investitore esterno quella solidità semplicemente non esiste.
Non basta avere una buona governance. Bisogna dimostrare di averla, attraverso la necessaria disclosure verso stakeholder, investitori e autorità di vigilanza. E dimostrarlo richiede un lavoro sistematico di mappatura, formalizzazione e rendicontazione che molti club non hanno ancora avviato.
Impatto sociale: dal territorio ai numeri
Il calcio ha un rapporto con il territorio che nessun altro settore può vantare. I tifosi non sono clienti: sono comunità. Questa comunità è una delle dimensioni più rilevanti da misurare nella componente sociale dell’ESG, e allo stesso tempo una delle più difficili da tradurre in numeri senza perdere la sostanza di quello che rappresenta.
Ma cosa si misura esattamente? Il numero di persone raggiunte dai programmi sociali del club. Le ore di attività dedicate a scuole, quartieri, fasce vulnerabili. I posti di lavoro generati, diretti e indiretti, nell’economia locale. Le politiche di inclusione nei confronti di dipendenti e collaboratori, inclusi i dati sulla diversità di genere, età e provenienza. La gestione dei diritti lungo tutta la filiera, dagli steward ai fornitori di servizi. Il numero di volontari coinvolti nelle iniziative sociali. L’impatto economico stimato delle attività del club sul territorio circostante.
Ognuno di questi elementi ha un indicatore preciso, un metodo di misurazione riconosciuto e un benchmark di riferimento. Non si tratta di inventare numeri: si tratta di raccogliere dati che spesso esistono già all’interno del club, ma che non vengono mai sistematizzati.
Il punto critico è la documentazione. Un programma sociale che non viene misurato e rendicontato non esiste agli occhi di uno sponsor o di un investitore istituzionale. Esiste solo per chi ne ha beneficiato direttamente. Trasformare l’impatto sociale in dati verificabili è il passaggio che separa il fare il bene dal dimostrare di farlo. Ed è un passaggio che ha conseguenze molto concrete sul piano commerciale e finanziario.
Sostenibilità ambientale degli stadi: molto più di qualche pannello solare
Lo stadio è l’asset fisico più rilevante di un club e, allo stesso tempo, una delle principali fonti di impatto ambientale. Misurare questo impatto significa andare molto oltre i pannelli solari sul tetto o la raccolta differenziata nei corridoi.
Si parte dai consumi energetici: quanta energia viene utilizzata per illuminare il campo, riscaldare gli spogliatoi, gestire gli impianti tecnologici e i sistemi di sicurezza? Quanta di questa energia proviene da fonti rinnovabili, e quanta da fonti fossili? Qual è l’intensità energetica per partita disputata, e come si confronta con quella di impianti simili?
Si passa poi alla gestione dei rifiuti generati durante le partite e gli eventi: quanti chilogrammi di rifiuti produce una partita con cinquantamila spettatori? Quale percentuale viene differenziata e avviata al riciclo? Esistono sistemi per ridurre i rifiuti alla fonte, ad esempio eliminando la plastica monouso?
C’è poi la questione dell’acqua: i consumi idrici per l’irrigazione del campo, per i servizi igienici, per le cucine e i punti di ristoro. Esistono sistemi di recupero delle acque piovane? I consumi sono monitorati e ottimizzati nel tempo?
Infine, la mobilità: come arrivano i tifosi allo stadio? Quale percentuale utilizza mezzi pubblici, e quale viene in auto? Esistono accordi con le aziende di trasporto locale per potenziare il servizio nelle giornate di gara? La mobilità dei tifosi è una delle voci più rilevanti nell’impronta carbonica complessiva di un club, ed è anche una delle più difficili da influenzare direttamente. Ma misurarla è comunque necessario per avere un quadro completo.
Ogni voce ha un indicatore preciso. Ogni indicatore può essere misurato, confrontato con benchmark di settore e migliorato nel tempo. Il punto di partenza non deve essere necessariamente virtuoso: deve essere onesto. Un’analisi accurata della situazione attuale vale molto di più di una comunicazione ottimistica senza dati a supporto.
Filiera: il perimetro che molti club non considerano
Uno degli errori più comuni nella misurazione ESG di un club è fermarsi ai confini dell’organizzazione. Ma l’impatto di un club non si esaurisce dentro lo stadio o nei confini dell’organigramma. Si estende a tutta la filiera: i fornitori di divise e attrezzatura sportiva, i servizi di catering, le aziende di pulizia, i partner logistici, i fornitori di tecnologia, le agenzie di comunicazione.
Misurare la filiera significa fare domande ai propri fornitori: quali sono le loro politiche ambientali? Come gestiscono i diritti dei lavoratori lungo tutta la loro catena produttiva? Hanno certificazioni ambientali o sociali riconosciute? Rendicontano le loro emissioni? Sono in grado di fornire dati verificabili sulla loro impronta carbonica?
È un lavoro che richiede tempo e una struttura organizzativa adeguata. Non tutti i fornitori sono pronti a rispondere a queste domande, soprattutto quelli di dimensioni minori. Ma avviare questo processo, anche in modo progressivo partendo dai fornitori strategici, costruisce un profilo ESG molto più solido e credibile rispetto a chi si ferma alla propria organizzazione.
I grandi sponsor, in particolare, guardano sempre più spesso alla filiera dei club con cui si associano. Non vogliono solo un partner con buone pratiche interne: vogliono un partner che abbia il controllo della propria catena del valore. Una filiera opaca o problematica può infatti trasferirsi direttamente sulla brand reputation dello sponsor, trasformando una partnership commerciale in un rischio reputazionale. Ed è una richiesta destinata a diventare sempre più frequente e stringente negli anni che vengono.
Le emissioni legate alle attività sportive: un capitolo a sé
Le trasferte, le partite, i ritiri, le tournée internazionali. Le attività sportive di un club generano emissioni di CO2 che vanno misurate con precisione e rendicontate in modo trasparente. Questo include i voli charter per le trasferte in Europa e nel mondo, gli spostamenti in pullman per le partite in campionato, i consumi energetici degli impianti di allenamento, le emissioni legate alla produzione e al trasporto delle divise.
Le emissioni si misurano in tre categorie, chiamate Scope: le emissioni dirette del club (Scope 1), quelle legate all’energia acquistata (Scope 2) e quelle generate lungo tutta la filiera e dai comportamenti di terze parti, inclusi i tifosi (Scope 3). Quest’ultima categoria è la più complessa da misurare, ma è anche quella più rilevante per un club di calcio, dove la mobilità dei tifosi e l’indotto generato dalle partite pesano enormemente sull’impronta carbonica complessiva.
Non si tratta di eliminare le trasferte o di chiedere ai tifosi di non venire allo stadio. Si tratta di misurare, capire dove si concentra l’impatto maggiore e definire obiettivi di riduzione realistici nel tempo.

Comunicare l’impatto: la differenza tra un report e una storia
Misurare è necessario. Comunicare è altrettanto importante. Ma c’è una differenza sostanziale tra pubblicare un report di sostenibilità e costruire una narrazione credibile attorno ai dati.
Un report di sostenibilità ben fatto risponde agli standard internazionali, GRI, ESRS, o altri framework riconosciuti, ed è verificabile da terze parti. È il documento che UEFA, sponsor e investitori si aspettano di trovare. Senza di esso, qualsiasi comunicazione ESG rischia di essere percepita come greenwashing, indipendentemente dalle buone intenzioni.
Ma il report da solo non basta a costruire una reputazione ESG forte. La reputazione si costruisce con la coerenza tra quello che si dichiara e quello che si fa, con la capacità di raccontare il percorso in modo autentico, inclusi gli obiettivi non ancora raggiunti, le difficoltà incontrate, le aree di miglioramento ancora aperte, e con una comunicazione continuativa che non si esaurisce nella pubblicazione annuale del bilancio di sostenibilità.
I tifosi, in particolare, sono un pubblico straordinariamente sensibile all’autenticità. Un club che comunica i propri progressi ESG in modo genuino, che mostra il percorso invece di limitarsi a celebrare i risultati, costruisce un tipo di fiducia che va molto oltre la singola iniziativa. E quella fiducia si traduce in engagement, in reputazione, in un brand che vale di più, anche agli occhi degli sponsor e degli investitori.
Strumenti e tecnologia: rendere il processo sostenibile
Uno degli ostacoli più comuni che i club di dimensioni medie incontrano quando si avvicinano alla misurazione ESG è la complessità percepita del processo. Raccogliere dati da decine di aree diverse, consolidarli, verificarli, rendicontarli secondo standard internazionali: sembra un lavoro da grandi organizzazioni con team dedicati.
In realtà, oggi esistono strumenti tecnologici specificamente progettati per rendere questo processo accessibile anche a organizzazioni di dimensioni medie. Piattaforme di raccolta e gestione dei dati ESG che automatizzano gran parte del lavoro manuale, che integrano i principali framework di rendicontazione e che producono report verificabili in tempi molto più rapidi rispetto a un processo manuale.
La tecnologia non sostituisce la strategia: serve comunque una visione chiara di cosa si vuole misurare e perché. Ma elimina una parte significativa della complessità operativa, rendendo il percorso ESG accessibile anche a chi non ha le risorse di un top club europeo.
Da dove si parte
La risposta è sempre la stessa: dalla misurazione di quello che già esiste. Ogni club, indipendentemente dalle dimensioni, ha già un impatto ambientale, sociale e di governance. Quell’impatto esiste anche se non viene misurato. La differenza è che senza misurazione rimane invisibile, e quello che è invisibile non può essere gestito, comunicato o valorizzato.
Il primo passo è un’analisi di doppia materialità: capire quali sono le tematiche ESG più rilevanti per quel club specifico, in quella specifica realtà territoriale e competitiva. L’analisi si compone di due dimensioni complementari: la materialità d’impatto, che guarda a come il club influenza ambiente e società (prospettiva “inside-out”), e la materialità finanziaria, che guarda a come i fattori ESG influenzano il club stesso, in termini di rischi e opportunità economiche (prospettiva “outside-in”). Solo l’incrocio tra queste due prospettive restituisce una mappa reale delle priorità. Da lì si costruisce un sistema di raccolta dati, si definiscono gli indicatori prioritari, si avvia la rendicontazione.
Non serve essere già virtuosi per iniziare. Serve essere precisi. E serve iniziare adesso, perché il vantaggio competitivo che la sostenibilità offre oggi non sarà disponibile per sempre. Chi arriva tardi non recupera solo un ritardo tecnico: recupera un ritardo di reputazione, che è molto più difficile e costoso da colmare.
Questo contributo è stato realizzato da FDC Consulting D-ESG, società di consulenza che promuove un approccio concreto e data-driven alla sostenibilità, con l’obiettivo di trasformarla in un vantaggio competitivo per le organizzazioni.
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