Mentre il calcio femminile vive una crescita commerciale e di popolarità senza precedenti, emerge un lato oscuro che ne minaccia i valori fondanti: l’aumento di stalking, misoginia e abusi online sta costringendo club e giocatrici a una necessaria, ma dolorosa, blindatura.
Il calcio femminile ha sempre fatto della propria accessibilità un marchio di fabbrica, un elemento distintivo rispetto a un calcio maschile percepito come distante e blindato. Tuttavia, questo “modello di vicinanza” sta vacillando sotto il peso di una sovraesposizione che sta diventando pericolosa per l’incolumità delle atlete.
Secondo quanto riportato da un’inchiesta di The Athletic FC, il recente caso giudiziario che ha coinvolto la centrocampista del Liverpool, Marie Hobinger, è solo l’ultimo allarmante segnale: un uomo è stato condannato per stalking dopo aver perseguitato la calciatrice con minacce inquietanti come “So dove parcheggi l’auto”.
L’assedio digitale: tra odio e oggettivazione
L’esplosione mediatica del movimento ha purtroppo portato con sé un’onda d’urto tossica che si riversa quotidianamente sulle piattaforme social. Non siamo più di fronte a semplici critiche sportive, ma a una vera e propria piaga fatta di minacce di morte e insulti razzisti che colpiscono le atlete nella loro sfera più intima.
Ciò che spaventa maggiormente è la natura profondamente sessualizzata di questi attacchi: ogni post, anche il più istituzionale, rischia di trasformarsi in un ricettacolo di commenti volgari.
Un esempio emblematico riguarda l’Arsenal: quando il club ha annunciato l’acquisto della giovane Smilla Holmberg, il post è stato letteralmente travolto da allusioni sessuali e commenti misogini, costringendo i social media manager a disattivare sistematicamente le risposte per arginare il fango digitale. Questa pressione costante sta spingendo molte protagoniste a ritirarsi sempre di più dalla vita pubblica online.
Lo scenario italiano: tra tutele legali e barriere culturali
L’Italia non è purtroppo immune da questa deriva. Nonostante il passaggio al professionismo abbia strutturato meglio il movimento, le atlete della nostra Serie A Femminile si trovano spesso a gestire un ecosistema digitale ancora profondamente intriso di pregiudizi.
Casi di cyberbullismo e commenti sessisti sono all’ordine del giorno, ma è sul piano dello stalking che si sono registrati gli episodi più gravi: emblematica è la vicenda che ha coinvolto l’attaccante dell’Inter e della Nazionale, Benedetta Glionna, vittima di persecuzioni prolungate che hanno portato a provvedimenti giudiziari.
Anche nel nostro Paese, i club d’élite come Juventus, Roma e Milan hanno iniziato a elevare i livelli di protezione, limitando i punti di contatto “liberi” tra tifosi e giocatrici durante gli allenamenti e monitorando con maggiore attenzione i flussi di messaggi sui canali ufficiali.
La sfida italiana è doppia: da un lato proteggere l’incolumità fisica delle calciatrici, dall’altro scardinare una resistenza culturale che ancora fatica a riconoscere la donna come atleta professionista, relegandola troppo spesso a bersaglio di oggettivazione o di un paternalismo tossico che sfocia in aggressione verbale.
La risposta delle società: verso la “blindatura” delle atlete
Davanti a questo scenario, i grandi club hanno smesso di considerare questi episodi come semplici “effetti collaterali” della notorietà, passando ai ripari con misure drastiche. Quell’immagine romantica delle calciatrici che si fermano a lungo a bordo campo per selfie e autografi sta lentamente scomparendo per lasciare spazio a protocolli di sicurezza rigidi, sempre più simili a quelli del calcio maschile d’élite.
Il Chelsea, ad esempio, ha già tracciato una linea netta: da due stagioni alla squadra è vietato interagire con il pubblico in contesti non controllati. Non si tratta di una mancanza di affetto verso i tifosi, ma di una stretta necessità cautelativa per evitare rischi imprevedibili. Molte altre società stanno seguendo l’esempio, integrando stabilmente nel proprio staff degli addetti alla protezione ravvicinata per scortare le giocatrici durante trasferte ed eventi.
Una sfida per il futuro dell’industria Calcio
Il passaggio a questa nuova fase, seppur necessario, segna la fine di un’era di spontaneità. Per un’industria come quella del calcio femminile, che ha costruito il suo successo proprio sul legame unico tra atlete e fan, questa è una sfida cruciale.
Come sottolineato da vari esperti del settore, proteggere le calciatrici è oggi la priorità assoluta: se non si garantisce un ambiente di lavoro sicuro, sia fisico che digitale, il rischio è di compromettere l’attrattività di questo sport per le future generazioni. Il successo del calcio femminile non si misurerà solo dai record di pubblico, ma dalla capacità del sistema di difendere le proprie stelle.
L’altra faccia della crescita: l’emergenza sicurezza e abusi nel calcio femminile
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